Parliamo con Marco d’Anna - Réservé , GastroTicino

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Occorre esprimere i valori di ciò che si fotografa. Intervista a Marco D’Anna sull’importanza delle immagini in gastronomia

Autore di lavori che spaziano dal reportage alla riproduzione d’oggetti d’arte, dalla foto d’architettura alla pubblicità, vanta collaborazioni illustri (una su tutte, quella con Mario Botta)

I social media hanno cambiato (soprattutto fra i giovani) il rapporto con il cibo. Cosa ne pensa?

I social media hanno cambiato il rapporto con tutto in ogni settore e sicuramente anche nella gastronomia. Hanno cambiato il modo di viaggiare, il modo di selezionare alberghi, ristoranti. Un giovane, ma non solo, ha la possibilità attraverso il web di avere molte più informazioni: dal trovare un ristorante, a capire come si mangia e la qualità del cibo. D’altra parte è anche un po’ una giungla dove è difficile avere delle opinioni chiare e definitive. C’è tanto, forse troppo!

Come può un immagine fotografica (professionale) risvegliare l’attenzione dei consumatori (clienti) nella cultura gastronomica (di qualità)? 

E’ un discorso complesso, perché al giorno d’oggi l’immagine è diventata dominio di tutti ed è immediata. Sembra di facile lettura, ma in realtà c’è una grammatica per leggerla. Occorre una cultura, una conoscenza, una coscienza per poterla poi contestualizzare. È facile farsi acchiappare da un immagine, è più difficile leggerla ed analizzarla. Quando vediamo la fotografia di un prodotto dobbiamo capire perché lo evidenziano in quel modo e dargli un interpretazione oggettiva. Tutto questo non è semplice perché è necessaria una cultura fotografica.

La fotografia di piatti può contribuire a esprimere che non conta solo il risultato finale, ma che tutte le operazioni sono importanti, prima e durante le preparazione (Rosalind Coward)? O meglio come può la fotografia presentare il lavoro realizzato in cucina, i prodotti necessari, la preparazione?

La fotografia è uno scatto singolo, dunque occorre condensare tanti valori. L’abilità del fotografo è seguire il cliente, mettersi in relazione con lui e cercare di capire cosa voglia esprimere attraverso la sua cucina. Per il ristoratore il mondo di riferimento è quello della gastronomia, della costruzione di un piatto. Il fotografo, dal canto suo, deve aiutare a comunicare i valori che lui vuole trasmettere. Si possono sempre inserire delle informazioni interiori che valorizzano il prodotto: si deve lavorare per avere le competenze necessarie e fare in modo che un’immagine racchiuda in sé tutte queste cose. Questa è anche la sensibilità e la cultura del fotografo ed è la collaborazione tra il fotografo e il cliente, in tutti i settori. La parte creativa è di accompagnamento.

Con il volume «Merlot» ha presentato il territorio delle uve, gli uomini e gli sforzi necessari, i metodi di produzione, ecc. Per infondere l’anima al vino, come si potrebbe contribuire a migliorare (anche di poco) la qualità generale delle foto dei piatti nella cucina?

Quel lavoro è sintomatico e nasce da una collaborazione molto intelligente. C’è il territorio, ci sono i produttori e poi c’è anche una parte molto creativa. Per un piatto l’approccio è lo stesso. C’è la necessità di esprimere attraverso la fotografia più di una concetto: cosa vuole il ristorante, perché lo vuole proporre, da dove viene lo chef e qual è la sua cultura gastronomica. A quel punto, mi documento, lavoro su delle idee visive e le comunico. Ad esempio, la Confederazione Svizzera mi ha chiesto di creare l’immagine ufficiale per l’Expo 2015 a Milano. Il tema era nutrire il pianeta. Ho usato due elementi fondamentali: uno il macchinario, tecnologia di punta svizzera nel campo dell’alimentazione e l’altro il territorio cercando le radici di un popolo: ho fotografato i visi e le mani dei produttori che lavorano nei campi. Volevo aprire una riflessione non polemica mettendo in contrapposizione l’alimentazione di massa e l’uomo che vanga la terra, si spacca la schiena e produce cibo di grande qualità.